lunedì 20 febbraio 2012

Cina e cinesi...

Cosa abbiamo imparato della Cina e dei cinesi (in ordine sparso):

-sono tanti... 



-sono curiosi, molto curiosi e niente affatto discreti 

le carte sono un'attrazione irresistibile. prima uno

poi cinque


poi nove...

-guidano in maniera caotica e pericolosa, anche se lentamente. Non rispettano minimamente le strisce pedonali, le precedenze i semafori, in poche parole infrangono l’intero codice stradale ogni volta che si muovono!

-mangiano a ogni ora, in ogni luogo e quasi di tutto

uova marinate
o zampette di pollo da sgranocchiare in treno






















-le leggi della fisica non valgono per i carichi delle loro biciclette























-sputano ovunque anche se sputare non solo non è polite, ma è vietato 
















-i bambini hanno i pantaloni aperti sul sedere, sempre pronti per ogni evenienza!

pantaloni sempre aperti...
-spazzano le strade, ma anche le autostrade (!), con scopette di piume o, al limite, di ramoscelli

 
-quando cerchiamo di comunicare, la maggioranza ci guarda come se fossimo alieni: non parlano inglese e non sono per nulla intuitivi e elastici (almeno quelli che abbiamo incontrato noi!)
-sui treni vendono tovagliette, giochi, ma anche corsi di matematica con tanto di dimostrazione pratica
-il servizio igienico-sanitario è da ripensare…

per favore, non buttate la carta igienica nel wc...
-fumano come turchi (wow, siamo riusciti a esprimere uno stereotipo con uno stereotipo!!!)

fumo fumo fumo
 -nei luoghi pubblici (alberghi, ristoranti…) lavorano con i piumini addosso poiché pur essendo inverno le porte sono spalancate e non accendendo il riscaldamento congelano assieme ai loro clienti!

-contano con una mano sola

è chiaro no? dobbiamo prendere l'autobus n. 6!

lunedì 6 febbraio 2012

Telefono senza fili al tempo del web

Il cammino di una frase

di Peppino Ortoleva

Centro internazionale Primo Levi

Se si prova a digitare su Google le tre parole "Primo Levi ebreo", dopo la voce di Wikipedia, e dopo un sito scolastico sud-tirolese in tedesco e italiano che riporta la poesia Shemà posta in epigrafe a Se questo è un uomo,si trova il sito di "LIBRE. Associazione di idee" (che nel suo Chi siamo si definisce «Network creativo indipendente nato a Torino nel 2003»). Vi appare una pagina dedicata al conflitto israelo-palestinese, che si apre con una frase virgolettata:

«Ognuno è ebreo di qualcuno.Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele». (Primo Levi, 1969).

Nei primi dieci risultati, che costituiscono la pagina iniziale di Google in risposta alla ricerca effettuata con le tre parole “Primo Levi ebreo”, questa frase compare altre due volte: in un sito di aforismi, citata come «aforisma di Primo Levi» (scorrendo gli altri aforismi riportati, colpisce anche un «Tutti coloro che dimenticano il passato sono condannati a riviverlo»), e in un altro sito più militante, «Guerrilla radio», che va per le spicce associando la frase attribuita a Levi a una vignetta che rappresenta un palestinese nelle vesti di un prigioniero di lager nazista, con tanto di mezzaluna cucita sul petto al posto della stella di David; nel sito si parla di «atti nazisti a Gaza». Nelle pagine successive della ricerca Google, la frase attribuita a Levi comparirà in media una-due volte per ogni dieci risultati.
Ora, Primo Levi ha scritto realmente la prima parte della frase: la si legge nel romanzo Se non ora quando? comparso nel 1982 (non quindi nel 1969), ma in tutt'altro contesto.

– Preghi, ebreo? – gli chiese: ma in bocca a Edek la parola “ebreo” non aveva veleno. Perché? Perché ognuno è l’ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi. Perché Edek è un uomo mite che ha imparato a combattere; ha scelto come me ed è mio fratello, anche se lui è polacco e ha studiato, e io sono un russo di villaggio e un orologiaio ebreo.
[Primo Levi, Se non ora, quando? (edizione originale: Einaudi, Torino 1982), in Opere, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 427].

A formulare la frase è Mendel l’orologiaio, uno dei protagonisti del romanzo e voce narrante interna alla storia. Come si può vedere, qui Mendel parla in prima persona: sta ricostruendo in forma di discorso indiretto libero – tecnica narrativa che ricorre continuamente in questo romanzo di Levi – i pensieri del compagno partigiano Edek, tenente dell’Armata Interna polacca.
Il risultato di questa breve verifica ci dice che Primo Levi ha effettivamente detto, affidandosi ai pensieri di un suo “personaggio narrante” (è questo il ruolo di Mendel in Se non ora, quando?), che «ognuno è l’ebreo di qualcuno». Non ha però definito i palestinesi, nelle sue opere e nelle sue conversazioni raccolte in volume, come «gli ebrei di Israele».
Come si sia prodotta, come abbia circolato, e soprattutto quanta e quale credibilità si sia conquistata la frase nella sua nuova, apocrifa formulazione è un interrogativo non banale, che ci richiede di mettere a confronto dinamiche antiche e recentissime della comunicazione.Tre sono i meccanismi che possono aiutarci a spiegare, senza dover pensare a una falsificazione in mala fede.


1. Le voci che corrono
Il primo meccanismo è antico, potente e apparentemente semplice: quello delle voci. Un esempio, lontanissimo dal nostro tema, ma eloquente: all'inizio degli anni Ottanta, in California si diffuse la voce secondo cui nei punti vendita McDonald’s si spacciavano come carne di manzo degli hamburger fatti in realtà di lombrichi; un rumor che,come sempre succede in questi casi,veniva di volta in volta attribuito a varie autorità ma di cui tutti garantivano l'autenticità. Ricostruendone il percorso (è difficile, ma qualche volta ci si riesce) si scoprì che qualche mese prima la rivista «Reader's Digest» aveva pubblicato un servizio su un business all'epoca in crescita, la coltura di vermi a fini di alimentazione animale; nell'articolo compariva la frase «vengono preparati degli impasti di foglie d'insalata che per i lombrichi sono appetitosi come gli hamburger». A una scorsa superficiale, l'associazione lombrichi-hamburger poteva declinarsi in un senso differente, cosicché la frase poteva assumere un significato plausibile per chi si fosse formato, come tanti, un pregiudizio verso la catena McDonald’s, allora al culmine della sua espansione. Il resto,come sempre accade nel gioco delle voci,si sarebbe poi aggiunto man mano che la diceria circolava: per renderla più interessante, più credibile, per valorizzarla come informazione "di prima mano", fino a un «so per certo [da mio cugino che ci lavora, da un servizio della TV, da un dirigente della catena] che negli hamburger non mettono carne ma…indovina cosa?», fino alla disgustosa rivelazione finale.
Per la "frase di Primo Levi"si può ipotizzare che sia stato all'opera un meccanismo analogo:
-a) appropriarsi di un dato reale (la prima metà della frase: «ognuno è l’ebreo di qualcuno»), rielaborandolo sulla base di un'opinione pre-esistente: l'equazione i palestinesi di oggi nei territori occupati dallo Stato di Israele = gli ebrei sotto il nazismo è un luogo comune radicato da tempo nel campo anti-israeliano;
-b) cercare di dare ulteriore credibilità alla frase con una datazione (1969) che probabilmente nasce da un'associazione mentale: è dopo il 1967, anno in cui si svolge la «Guerra dei sei giorni», che la sinistra europea, in precedenza solo sporadicamente attenta alle vicende medio-orientali e in gran parte filo-israeliana, "scoprì" la questione palestinese. Ed è tra il 1968 e il 1970, anno del «settembre nero» in Giordania, che cominciarono a circolare anche in Italia pubblicazioni come La lotta del popolo palestinese o Versi di fuoco e di sangue dei poeti arabi della resistenza. Ècomprensibile che la "presa di posizione" (apocrifa) di Primo Levi sul tema venga associata a quel passaggio storico, e che quest'associazione tra un testo manipolato e una serie di eventi storici reali venga intarsiata nella memoria collettiva come un falso ricordo;
-c) riproduzione della frase, che con la tecnica del copia-e-incolla si moltiplica da una citazione all'altra diffondendosi grazie al passaparola via web.
Come si vede, non c'è bisogno di ipotizzare una manipolazione intenzionale (che pure non è da escludere, ma non necessariamente da parte dei siti citati: delle “voci che corrono” si sanno tante cose, ma non si sa praticamente mai da chi siano partite); la frase apocrifa può essere frutto di una catena di comportamenti, certo non caratterizzati da particolare accuratezza, ma neppure da esplicita mala fede.


2. Copia-e-incolla
A differenza delle voci, che sono una forma di comunicazione prevalentemente orale – sia pure spesso amplificata dai mezzi di comunicazione di massa, quando questi le riprendono e più o meno esplicitamente le ridiffondono – qui siamo di fronte a una forma di comunicazione scritta, dunque dotata di una maggiore credibilità intrinseca, anche perché comunemente si suppone che l'atto stesso dello scrivere comporti una maggiore attenzione critica rispetto alla ripetizione di un “sentito dire” nel corso di una conversazione. Si tratta, in realtà, di un'illusione.
Chiunque si sia occupato di temi storici, geografici ecc. trattati nelle enciclopedie, sa bene quanto sia frequente che un errore, magari nato da un lapsus, si ripeta da un'enciclopedia all'altra, transitando identico da fonte a fonte e finendo talvolta per incorporarsi a strumenti di consultazione che hanno fama di grande attendibilità. Questo fenomeno è ovviamente ancora più diffuso in operazioni compilative non professionali, come sono nella loro maggioranza le tesi di laurea. Il meccanismo stesso della compilazione, spesso frettoloso e remunerato poco o nulla, favorisce le scorciatoie e il copia-e-incolla; pensare che l'autorità di ogni singola enciclopedia sia direttamente proporzionale alla cura con cui vengono prodotte le sue "voci" (sì, il termine è lo stesso anche se il senso è diverso) è in generale ottimistico, e comunque, se può essere vero per le voci più importanti, difficilmente lo è per quella stragrande maggioranza di lemmi che sono indispensabili, ma ai quali si possono dedicare poche risorse, di tempo e di competenza.
Se teniamo conto di questo meccanismo, possiamo capire anche un dato che a prima vista potrà sorprendere: il fatto che una frase apocrifa venga riprodotta non solo in siti "militanti", ma anche in siti di cultura generale come quello – citato al principio del testo – dedicato alle liste di aforismi. Èovvio che i siti militanti hanno tutto l’interesse a credere vera una frase del genere, e poi ad adottarla e diffonderla, perché essa sembra confermare le loro convinzioni dotandole di un'autorità alta e "imparziale": l’autorità non solo di un ebreo, ma di un testimone-simbolo delle sofferenze del popolo ebraico. Quanto ai siti di cultura generale, essi si affidano a citazioni di citazioni, e così via riprendendo e riportando: difficilmente viene svolta una ricerca originale, con tanto di controllo diretto sulle fonti.


3. Le dinamiche del web
A questi meccanismi, per i quali è possibile trovare precedenti nel passato prossimo e remoto, ne vanno aggiunti altri, più tipici del nostro tempo in quanto direttamente legati al web. Prima di tutto la dinamica della comunicazione che si svolge in rete ha la forma della scrittura e la rapidità della conversazione: favorisce (anche in termini di "leggerezza" e relativa irresponsabilità) le scorciatoie e il sentito dire più o meno come nel passaparola orale, ma al tempo stesso attribuisce una credibilità superiore all'informazione che circola. In secondo luogo, la rete offre la possibilità di costruire, con mezzi relativamente scarsi, una presentazione strutturata e persuasiva. In molti dei siti che abbiamo potuto vedere non ci si limita a citare una frase: viene costruita una galleria di aforismi di autore, con tanto di fotografia, e con un impianto grafico riconoscibile ed efficace; oppure, viene proposta un'intera pagina sul tema «Israele come i nazisti di oggi», nel cui contesto la frase apocrifa di Primo Levi assume il valore pressoché rituale di un'epigrafe. Agiscono infine tre ulteriori meccanismi propri di Internet:
- la tendenza della rete a favorire le prese di posizione e le contrapposizioni nette di contro alle argomentazioni più articolate: basti vedere i commenti a un qualsiasi post di qualsiasi genere, nei siti dei quotidiani come in YouTube o nelle pagine che stiamo esaminando. Avviene così che una citazione considerata efficace, sempre utile come arma di confronto in qualsiasi forma di scrittura, acquista qui un peso ancora più decisivo;
- il fatto che a essere valorizzata non è tanto la lettura o la visione/ascolto quanto la rielaborazione attiva di quello che si legge, il ri-montaggio, la ri-contestualizzazione, la produzione (a partire dal materiale esistente) di contenuti parzialmente nuovi, siano essi video (magari nati da brani pre-esistenti di film e da musiche selezionate: è ancora il caso di YouTube), o testi-collage, per cui quello che nel mondo della parola stampata si presenta come un falso dichiarato, nella rete entra a far parte di una sorta di grande area intermedia tra la produzione autonoma di testi e la citazione vera e propria: basterà ricordare che la parola "copiare", che ha goduto di una pessima fama da circa un secolo e mezzo a questa parte, ha assunto nella civiltà della Rete un significato molto più neutrale;
- infine, ma non da ultimo, la logica propria di Google, che favorisce ricerche quasi istantanee, sulla base però di un meccanismo fondamentalmente poco affidabile: un mix tra la pura casualità e le pressioni di chi, per scopi commerciali o propagandistici,usa tecniche finalizzate a rendere visibili i propri siti nelle primissime pagine della ricerca, e perciò mette in circolazione rapidissima informazioni che non sono state sottoposte a nessun controllo.
Da questo intreccio di tecniche e intenzioni comunicative emerge una frase che, a sentire l’autorevole parere di chi ne conosce a fondo tutta l’opera, Primo Levi non ha scritto, ma che sul web finisce per diventare, agli occhi di molti, la sua “citazione” più nota.