domenica 20 settembre 2009

Shanah Tovah!

שנה טובה
Le mele andrebbero intinte nel miele perché l'anno sia dolce... noi al miele preferiamo la nutella, ma sarà comunque un anno dolcissimo!

voce di romagna 10 settembre 2009



Nel mondo esistono, o sono esistiti, almeno una quindicina di calendari, modi diversi cioè di suddividere il tempo.
Il calendario gregoriano, ad esempio, adottato in numerosi paesi tra cui l’Italia, determina la durata di anni, mesi e giorni in base al ciclo delle stagioni, al passaggio quindi del sole da uno stesso equinozio e comincia a contare gli anni a partire dalla nascita di Gesù, considerando la data di questo evento come l’anno zero.
Il calendario islamico invece si basa sul moto della luna: i mesi quindi cominciano sempre con la luna nuova, hanno una durata di 29 o 30 giorni e spostano l’inizio delle stagioni ogni anno più avanti di circa 11 giorni. Anche il computo degli anni è diverso rispetto al calendario gregoriano e fa riferimento all’egira, ossia alla fuga che compì Maometto da Mecca a Medina in quello che noi consideriamo il 622 d. C.
Nello Stato d’Israele, accanto al calendario gregoriano, viene normalmente usato anche il calendario ebraico. Questo è lunisolare, fa cioè riferimento sia al sole che alla luna e alterna anni di 12 mesi ad altri di 13, della durata di 29 o 30 giorni; in questo modo le stagioni e le festività ad esse legate cadono sempre più o meno nello stesso periodo. In questo calendario, il conteggio degli anni viene fatto partire dalla creazione del mondo, calcolata in base ad indicazioni contenute nella Bibbia, intorno al 3760 a. C. Considerando che la tradizione rabbinica ritiene che l’anno 1 cominci il 6 ottobre 3761 a.C. e tenendo conto dell’oscillazione delle stagioni, tra qualche giorno, esattamente il 19 e 20 settembre, entreremo nell’anno 5770.
Rosh haShanah, letteralmente capo dell’anno, diversamente da quanto si possa pensare paragonandolo all’idea più diffusa del capodanno, non è affatto una festa mondana e ha, invece, una connotazione fortemente religiosa. Secondo i testi sacri, all’inizio di ogni nuovo anno, Dio prende in esame la condotta di ogni singolo uomo e ne valuta il comportamento, che verrà poi giudicato il giorno di Kippur. Rosh haShanah inaugura, quindi, un periodo, della durata di dieci giorni -tanto è all’incirca il tempo che intercorre tra le due festività-, in cui ogni ebreo esamina il proprio comportamento e chiede perdono al prossimo e a Dio dei torti commessi.
Caratterizza la festività di Rosh haShanah il suono dello shofar alla fine della lettura della Torah. Secondo Barah, che ci fa strada attraverso le festività di Tishrei, primo mese del nuovo anno, è preferibile usare un corno di montone in ricordo del sacrificio di Isacco e opportunamente incurvato a simboleggiare la deferenza del cuore nei confronti di Dio, il suo suono ha il potere di “risvegliare” il popolo ebraico.
I due giorni di Rosh haShanah sono considerati un solo lungo giorno, dedicato alla preghiera e alla riflessione; non manca tuttavia un rituale che, anche se ha una radice religiosa, acquisisce valore anche per i laici: si usa ad esempio recarsi presso un corso d’acqua, o semplicemente una fontana cittadina, e fare il tashlih. Il tashlih è il gesto di svuotare le proprie tasche e di lanciarne il contenuto nell’acqua; se per i religiosi le tasche sono metafora dell’anima e il contenuto simboleggia il peccato da cui liberarsi, per gli ebrei laici, ci spiega Barah, è comunque un momento propizio per liberarsi di ciò che limita e fare buoni propositi per l’anno in arrivo.
Anche la tavola del Seder di Rosh haShanah è ricca di cibi e pietanze che hanno una valenza religiosa o sono di buon augurio per l’anno entrante. Fanno infatti parte dei piatti che compongono la cena del primo giorno un pezzettino di carne proveniente dal capo di un agnello o di un pesce per simboleggiare il primato nelle osservanze, una hallah (pane intrecciato caratteristico dello Shabbat) di forma rotonda per ricordare la circolarità dell’anno; ma anche la melagrana perché l’anno nuovo sia prospero o le fette di mela intinte nel miele perché questo sia dolce.
Alla fine della nostra chiacchierata, Barah ci saluta augurandoci “Hashanah tovah vemetukah”, un anno buono e dolce. Noi da parte nostra, apprestandoci a festeggiare il nostro primo Rosh haShanah, ci auguriamo di avere la possibilità di conoscere e celebrare qui anche tutte le altre feste del calendario ebraico!
fpunto@hotmail.it

sabato 5 settembre 2009

voce di romagna 3 settembre 2009


Ester, detta Estica, è nata a Zagabria nel 1929 e ora vive in Israele, a Merhavia, un kibbutz della Galilea nel nord del paese, ma la sua storia è strettamente legata all’Italia. Andiamo a trovarla insieme a Luciano e Chiara, due amici dell’Associazione Culturale “Il Fiume” di Stienta in provincia di Rovigo. Estica ci accoglie con un sorriso che le illumina tutto il viso e anche se non è la prima volta che ci vediamo e spesso ci sentiamo per telefono, subito ci dice nel suo italiano arrugginito, ma comunque assolutamente comprensibile: “Sono qui ora è grazie a Italia. Dico sempre ai miei figli e nipoti che senza gli italiani non ci sarebbero loro. Io amo Italia”.
A partire dal 2004, l’Associazione “Il Fiume”, attraverso un paziente lavoro d’archivio, ha ricostruito la storia di Estica e di altri 116 Ebrei stranieri che, tra il 1941 e il 1943 sono stati in “internamento libero”, cioè in stato di fermo sotto il controllo delle autorità fasciste, in alcuni piccoli Comuni del Polesine; è poi riuscita a ripercorrerne a ritroso il percorso, a rintracciarla in Israele e ad invitarla, dopo più di 60 anni, in occasione della Giornata della Memoria, a Costa di Rovigo.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Estica risiedeva a Zagabria con la famiglia. I genitori gestivano un piccolo negozio di alimentari vicino alla zona industriale. I rapporti con i clienti, quasi tutti operai occupati nei dintorni, erano buoni e spesso, ci racconta Estica, i genitori davano cibo a credito a chi era in difficoltà. Dopo l'invasione della Jugoslavia da parte dei tedeschi nel 1941 le cose cambiarono: i nazisti costrinsero la famiglia di Estica ad abbandonare la propria casa, ma fortunatamente, alcuni conoscenti, tra cui ex operai ora arruolati nelle file degli ustascia (ultranazionalisti croati), li aiutarono a ritornare a casa loro.
Nel 1942 il papà decise di aggregarsi ai partigiani per combattere i nazisti. La mamma e la zia, sentendosi sicure, decisero di rimanere a casa insieme ai vecchi e ai bambini. Credevamo, sottolinea Estica, che questi non servissero ai nazisti, che rastrellassero solo uomini abili al lavoro. Ad ogni modo, Estica venne affidata ad una "buona donna", così ricorda Estica la definiva la sua mamma, con la preghiera di accompagnarla in Italia, dallo zio Ido, fratello della mamma, internato con tutta la sua famiglia a Costa di Rovigo .
La vita con gli zii non era semplice, ma comunque accettabile: una volta al mese Estica e la famiglia dello zio si recavano con la Littorina (treno) da Costa a Rovigo a fare il bagno ai bagni pubblici e, racconta ancora Estica ,tutti a Costa le volevano bene e si interessavano alla sua salute.
La madre le scriveva lettere o cartoline postali nelle quali fiduciosamente scriveva: "Popolo italiano salverà la mia bambina".
Le cartoline cessarono il 3 maggio 1943: quel giorno la mamma di Estica venne arrestata e deportata con l'ultimo convoglio da Zagabria, un treno composto quasi esclusivamente da anziani, donne e bambini. Anche la notizia dell'arresto della mamma arrivò a Estica tramite una cartolina postale.
Dopo l'8 settembre 1943 e la firma dell’armistizio tra Italia e Angloamericani, la situazione precipitò anche a Costa. Il podestà avvisò lo zio che dopo pochi giorni avrebbe dovuto arrestarli e consegnarli ai tedeschi e consigliò loro di scappare. Alcuni giorni dopo, condotto da un italiano, un calesse trainato da un cavallo caricò gli zii, la cuginetta ed Estica: il piccolo nucleo si mosse in direzione Colli Euganei con destinazione Pontemanco, Padova, e la raccomandazione che ad eventuali posti di blocco, avrebbero dovuto dichiarare di essere profughi da Napoli. A Pontemanco una famiglia di antifascisti li nascose prima in un mulino e poi presso un’altra famiglia. Dal dicembre 1943 all’aprile 1945 Estica, gli zii, la cugina e altri tre parenti, rimasero rinchiusi in due piccole stanze senza finestre al primo piano di una piccola abitazione. La porta di accesso al nascondiglio mimetizzata da uno scaffale di bottiglie di vino. La paura di essere visti e denunciati li costrinse a non uscire mai durante tutti e 16 i mesi di reclusione: solo dalle finestre del piano terra, dove scendevano per consumare i pasti, potevano vedere la vita che si svolgeva fuori dalla loro "prigione" forzata.
Una volta finita la guerra, Estica preferì non tornare a Zagabria con gli zii e si unì al flusso incessante di profughi che attraversava l’Italia con la speranza di raggiungere la Terra Promessa. Nel giugno del 1946 riuscì ad imbarcarsi clandestinamente da un porto della Puglia e ad arrivare in Palestina.
Da allora sono passati 63 anni, a Merchavia Estica ha rincontrato un compagno di scuola di Zagabria, si è sposata e ha avuto tre figli, ma l’amore e il legame con l’Italia è rimasto immutato.
fpunto@hotmail.it
Ringraziamo Luciano, Chiara e l’Associazione “Il Fiume” per averci fatto conoscere Estica, la sua storia e i risultati della loro ricerca.

mercoledì 26 agosto 2009

Oggetto misterioso



Ecco a voi un altro frutto strano direttamente dai banchi di Machaneh Yehuda... qualcuno sa dire che cos'è? Stefano, come per il gombo, la nostra speranza è riposta in te!

domenica 23 agosto 2009

nir david



Incredibile, ma vero: anche in Israele esistono dei corsi d'acqua... e attorno a questa sorgente di acqua termale che sgorga a 28° è stato creato un bellissimo kibbutz, Nir David

sabato 22 agosto 2009

voce di romagna 20 agosto 2009


Sarà per l’indole bonaria e comprensiva che si suole attribuire ai suoi abitanti, o per capacità di mantenersi in equilibrio tra umanitarismo e opportunismo, o semplicemente la sua posizione geografica, un trampolino che dal cuore dell’Europa si protende nel bacino del Mediterraneo o viceversa, ma l’Italia è da sempre considerata terra di passaggio e approdo, di transito e accoglienza.
Lo è oggi per le migliaia di disperati che sbarcano sulle sue spiagge provenienti dalle coste africane: sfidano il mare su mezzi di fortuna sovraccarichi e malandati in cerca di una possibilità per rifarsi una vita, in Italia o, attraversata questa, in Europa.
Lo era sessanta e più anni fa, quando, al termine della Seconda guerra mondiale, centinaia di Ebrei cominciarono a riversarsi all’interno dei nostri confini. La maggior parte di questi era sopravvissuta alle persecuzioni, ai rastrellamenti, ai campi di concentramento e di sterminio nazisti; deportati dalla Polonia piuttosto che dai paesi dell’ex Unione Sovietica, durante la Shoah avevano perso la famiglia, gli affetti e tutti i propri averi. A molti la sola idea di tornare nel proprio paese d’origine, un paese che li aveva traditi, che nonostante tutto continuava a non volerli perché ebrei e in cui non avevano né una casa da abitare, né una persona a cui ricongiungersi, pareva assurda. Rinchiusi dagli Angloamericani in campi per Displaced Persons in Germania e in Austria, questi uomini, queste donne, questi bambini guardavano alla Palestina come alla terra della rinascita e all’Italia come ponte per raggiungerla. È Yoel che ci racconta questa storia di disperazione e speranza. Classe 1922, un numero di matricola tatuato sul braccio sinistro a ricordare in maniera indelebile l’esperienza della deportazione, ci aspetta a piedi nudi sulla soglia della sua abitazione, ci stringe la mano con forza e comincia a parlare prima ancora di raggiungere il salotto. Al suo ritorno in Italia, dopo un intero anno passato nel campo di sterminio di Auschwitz, dice, il suo unico desiderio è ricominciare da capo e aiutare altri a farlo. La scelta della Palestina come luogo per ricominciare non viene da sé, ma pian piano, grazie agli insegnamenti, alle spiegazioni e all’entusiasmo dei soldati palestinesi (Ebrei residenti in Palestina) che, arrivati in Italia a seguito dell’esercito inglese, aiutano le Comunità Ebraiche a ricostituirsi. Lo Stato d’Israele infatti, all’inizio del 1946, ancora non esiste, la Palestina è un protettorato britannico e il numero degli ingressi nel paese è rigidamente contingentato. In breve tempo viene impiantata in Italia, con la connivenza del governo italiano che molto spesso fa solo finta di non vedere quello che sta succedendo nel paese, un’organizzazione segreta, il Mossad le aliyah bet, con lo scopo di aiutare gli Ebrei ad immigrare illegalmente in Palestina.
Sono anni di lavoro frenetico ci spiega Yoel. Quelle che arrivano in Italia sono persone che hanno solo quel poco che hanno addosso: vanno smistate, sfamate e alloggiate in attesa di essere imbarcate. Centro nevralgico delle attività dell’aliyah bet è la sede provvisoria della Comunità Ebraica di Milano, al 5 di via dell’Unione. Qui i profughi, tra la diffidenza dei Milanesi che non sanno con precisione cosa succeda all’interno di palazzo Odescalchi, vengono registrati e trovano un primo posto per dormire: nelle grandi sale, nei corridoi, sulle scale.
All’interno dall’Agenzia ebraica per l’immigrazione clandestina, il compito di Yoel è quello di trovare le navi adatte a trasportare un alto numero di persone dall’Italia fino in Palestina e qualcuno a cui intestarle. Lui stesso, appena ventiquattrenne, diventa armatore di una nave per la quale a distanza di anni lo Stato italiano gli chiederà di pagare migliaia e migliaia di lire di tasse!
Una volta acquistate, le navi vengono portate a Porto Venere, piuttosto che a Bocca di Magra, dove Italiani ed Ebrei palestinesi lavorano insieme, in fretta e in gran segreto per modificarne le stive e ricavarne quante più file di cuccette possibili. Nascosti e stipati, allora come oggi, nei ventri di questi mezzi di fortuna centinaia di uomini intraprendono il viaggio attraverso il Mediterraneo e tentano di raggiungere il porto di Haifa.
Gli Inglesi intercettano e rimorchiano molte imbarcazioni sulla rotta palestinese. I passeggeri vengono rinchiusi per mesi in appositi campi a Cipro, in attesa di rientrare nelle quote di immigrazione.
Tra la fine della guerra e la fondazione dello Stato d’Israele, conclude Yoel, 33 navi, non meno di 23.000 persone, salpano da diversi punti dalle coste italiane verso la Terra Promessa.
fpunto@hotmail.it

giovedì 20 agosto 2009

sabato 15 agosto 2009

colazione di shabbat





Lo shabbat a Gerusalemme può essere vissuto come una forzatura oppure può essere assaporato e goduto... come facciamo noi! Nessuno che corre, nessuno che grida e la città tutta per noi! W lo shabbat... a partire dalla colazione!!!












venerdì 14 agosto 2009

Voce di Romagna 13 agosto 2009


Quando si parla di eventi e di divertimento la prima città israeliana che viene in mente è sicuramente Tel Aviv, la città che non si ferma mai. In realtà Gerusalemme è una città culturalmente molto viva e piena di cose da fare, forse semplicemente, è meno urlata e più riservata.
Solo un mese fa i suoi abitanti e i numerosi turisti, sono stati invitati a prendere parte al “Jerusalem Film Festival”, la rassegna cinematografica più importante del Medio Oriente. Dal 1984, per i 10 giorni della durata del Festival, è possibile vedere tra i 150 e i 200 film divisi in diverse sezioni: “Panorama”, in cui viene proposto il meglio del cinema internazionale; “Documentary Films”, sezione dedicata ai documentari; “The Jewish Experience”, riservata alla rappresentazione dell’identità e della storia ebraica; “In the Spirit of Freedom” a cui partecipano film concernenti le problematiche della libertà e dei diritti umani; ci sono poi le sezioni “Television Dramas”, “New Directors” e naturalmente “Israeli Film”, un’intera parte dedicata al cinema israeliano.
Quest’anno il Festival ha dedicato, all’interno della sezione “Panorama”, un tributo ad Anna Magnani intitolato “Ciao Anna”, riproponendo due pellicole in lingua originale: L’onorevole Angelina e Roma città aperta e allestendo una mostra fotografica sull’attrice. Il successo dell’iniziativa è stato tale che la Cinematheque e tutte le altre sedi delle proiezioni, hanno registrato il tutto esaurito anche durante le sere di Shabbat.
Ad agosto poi le possibilità di scelta si moltiplicano.
L’Israel Museum, in questi primi giorni del mese, ha celebrato i vini locali proponendo tre serate di assaggi e degustazioni accompagnati da musica jazz. La produzione e la vendita di vino, sia rosso che bianco, è infatti un settore in espansione in Israele e le iniziative che prevedono la possibilità di conoscere e apprezzare le varietà di vini israeliani sono numerose.
Alla Sultan’s pool, subito fuori dalla Città Vecchia, invece, si ha la possibilità di passeggiare tra i coloratissimi padiglioni della Fiera Internazionale dell’Arte e dell’Artigianato, dove accanto ad installazioni e manufatti di artisti locali e no, si possono assaggiare invitanti cibi tradizionali. Nonostante l’entrata sia a pagamento, famiglie intere si riversano ogni sera tra i padiglioni del Khutsot Hayotser per mangiare, fare acquisti o semplicemente assistere alle performance degli artisti.
Questa settimana, inoltre, nelle aule della Hebrew University si è tenuto il 15° Congresso Mondiale di Studi Ebraici. Finite le sessioni ufficiali, i dibattiti sono continuati attorno ai tavoli di affollati caffè davanti a bicchieri di limonata con la menta e birra. Deve essere proprio grazie alla birra o all’eco di una conferenza del convegno, se l’altra sera abbiamo potuto seguire una vera e propria lezione di sionismo sui gradini di un bel locale del centro che da Herzel, fondatore del sionismo politico, ha preso il nome.
Se questi sono alcuni esempi degli appuntamenti organizzati dalla Municipalità o da musei e affini, numerosi e affascinanti sono gli eventi spontanei che ogni giorno colorano le strade di questa città. Ben Yeuda, la via pedonale che corre perpendicolare a Jaffa Street, è, per eccellenza, il luogo in cui ognuno può ritagliarsi uno spazio e mettere in mostra la propria arte. Così, accanto a un acrobata, che sfida le leggi della fisica rimanendo in equilibrio su un lampione con gli occhi bendati, non è impossibile trovare una signora di una certa età che suona l’arpa seduta nel centro della strada con una gabbietta con dentro un gatto appoggiata a fianco. Poco più avanti un gruppo di giapponesi allestisce un coro in piena regola, con tanto di chitarristi e leggii. Basta un attimo perché qualcuno cominci a tenere il ritmo con le mani e qualcun altro si tolga le scarpe e dia inizio alle danze. È strano ritrovarsi a pensare che in un paese dove per entrare in un locale o in stazione bisogna passare attraverso un metal detector, gli spettatori di uno spettacolo improvvisato si preoccupino di raccogliere minuscoli pezzetti di vetro da terra perché i ballerini scalzi non si feriscano i piedi…
Prima di arrivare a Zion Square, davanti ad un banchetto che vende croccante appena fatto, un contrabbasso, un violino e un clarinetto danno vita ad un’allegra melodia klezmer. Anche loro sono scalzi, anche loro fanno ballare i passanti: un banale mercoledì sera si trasforma in una festa contagiosa.
fpunto@hotmail.it

martedì 4 agosto 2009

giovedì 30 luglio 2009

segue dall'articolo del 23





All’uscita dal “ristorante”, dopo esserci fatti dare qualche altra informazione, ci separiamo: Uri deve rientrare a Tel Aviv e noi riprendiamo il nostro girovagare. Sono quasi le sette e mezzo quando lasciamo nuovamente la parte musulmana. Qui la notte arriva presto: tra un’ora al massimo farà buio e i negozi cominciano a chiudere. Un paio di vecchi trattori percorrono le stradine in salita schiacciando i turisti contro le vetrine, sono gli unici mezzi che riescono a muoversi in questa porzione di città e raccolgono i rifiuti accumulati all’esterno dei negozi. Riattraversiamo veloci il quartiere cristiano ed entriamo nel più piccolo dei settori, quello armeno. I negozi sono ora più radi, mentre trovano spazio numerosi laboratori artigianali, in particolare di ceramiche; le strade si sono fatte silenziose.
In numerosi manifesti affissi sui muri davanti alla Cattedrale di San Giacomo è disegnata una mappa dell’Armenia e la descrizione, in ebraico e in inglese, del genocidio degli Armeni del 1915. Purtroppo non c’è nessuno a cui chiedere maggiori spiegazioni e anche la Cattedrale, a quest’ora, è già chiusa. Da quello che ci ha detto Uri durante la cena sappiamo che, anche se non molto numerosa, la comunità armena è una presenza costante a Gerusalemme già dal IV secolo e, nel tempo, ha costituito una sorta di microcosmo stretto attorno al complesso monastico di cui San Giacomo è il fulcro.
Proseguiamo lungo Ararat street ed entriamo nel quartiere ebraico, una targa in ceramica sul muro ci dà il benvenuto e ci ricorda che l’intero quartiere è stato sottoposto a ristrutturazione e ricostruzione a partire dal 1967. A differenza di quelli che abbiamo visto fino ad ora, questo è un quartiere prettamente residenziale, le strade sono più ampie e soprattutto più pulite, le costruzioni tutte in pietra chiara che a quest’ora riflette il rosa e l’oro del sole al tramonto. La nostra meta è il Muro del Pianto, chiediamo indicazioni ad alcuni ragazzi che chiacchierano animatamente di fronte ad una pizzeria. Ci consigliano di attraversare il Cardo che, dicono, merita di essere visto e di accedere al Muro dalla scalinata sovrastata da una copia della grande menorah d’oro scomparsa secoli fa. Il Cardo romano, in parte originale, in parte ricostruito, è un tratto di strada pavimentato con grosse pietre e affiancato da portici, oggi punteggiati di negozio di souvenir e oggetti tradizionali ebraici. Mentre passiamo davanti ad un negozio di vini, un signore con un forte accento americano insiste per farci assaggiare un bicchiere di Sangiovese della Galilea…
Il luccichio della Cupola della Roccia ci suggerisce che stiamo andando nella direzione giusta, pochi passi ancora e il Muro del Pianto si manifesta sotto di noi. Ci fermiamo un momento: davanti abbiamo il Monte del Tempio, forse il luogo più sacro al mondo. Qui venne eretto il Primo Tempio ebraico all’interno del quale Salomone pose l’Arca dell’Alleanza, qui Abramo arrivò quasi a sacrificare Isacco per dimostrare la sua fede a Dio, sempre qui nel 515 a.C. venne eretto il Secondo Tempio distrutto poi dai Romani nel 70; è qui che Maometto guidò altri profeti in preghiera durante uno straordinario viaggio notturno dalla Mecca rendendo sacro anche ai musulmani questo luogo ed è qui che oggi sorge la Spianata delle Moschee da cui nell’autunno del 2000 è scoppiata la seconda Intifada. Ai piedi del monte uomini e donne ebrei rivolgono le loro preghiere contro ciò che rimane del muro occidentale che Erode fece costruire a vana protezione del Secondo Tempio e che prende il nome di “Muro del Pianto” proprio qui perché gli ebrei venivano a piangere la distruzione di ciò che avevano di più sacro.
Scendiamo i gradini che ci separano dal Muro, passiamo i controlli di sicurezza e ci immettiamo in una piazza gremita di gente. Una ragazza ci rincorre blaterando qualcosa che non capiamo e mi porge un pezzo di stoffa azzurro: mi devo coprire le spalle, la mia maglietta a maniche corte non è considerata sufficientemente decorosa; all’occorrenza lo stesso pezzo di stoffa può essere legato in vita e allungare una gonna troppo corta. Ci separiamo per poterci avvicinare al muro: le donne pregano sulla destra, gli uomini sulla sinistra, in una porzione di muro molto più grande, tutti oscillano ritmicamente con il viso immerso in un libro. Tra le grosse pietre che compongono il Muro qualcuno lascia un bigliettino con una preghiera. Ci allontaniamo camminando a ritroso, senza voltare le spalle al Muro.
Ci avviamo verso la Porta di Jaffa, percorrendo quello che, secondo i nostri calcoli, una volta era il Dacumano. Riattraversiamo il Mamilla ora tutto illuminato. Nella piazzetta che si apre tra i negozi sono state poste delle transenne a delimitare uno spazio: è incredibile, ma all’interno attempate signore, impegnatissimi signori e goffi soldati stanno ballando in cerchio! Chiediamo spiegazioni a una coppia che come noi guarda i ballerini dalle transenne. Molto gentilmente la signora ci spiega che quello che stanno ballando giovani e vecchi insieme è la Hora e che ogni lunedì sera chi vuole si reca lì a ballare questa e altre danze tradizionali ebraiche… Israele è anche questo.
fpunto@hotmail.it

venerdì 24 luglio 2009

cambiamenti...

Grandi cambiamenti di look in casa Panstracci!
Kali lo zio Robi l'ha fatto solo per te!















"Buco da ceci" nella Città Vecchia


Il tardo pomeriggio, quando il sole è ancora alto, ma il suo calore stemperato da un venticello fresco e la sua luce fa assumere un colore dorato alle pietre di cui sono costituite le facciate di tutte le case della città: questo è il momento ideale per andare nella Gerusalemme Vecchia. Così ci ha suggerito il nostro amico Uri, madre italiana e padre israeliano, che di mestiere fa la guida turistica e che di luoghi e suggestioni se ne intende, così, quindi, decidiamo di fare!
Da Gerusalemme Ovest, dove abitiamo noi, prendiamo Rechov Yafo, una delle arterie principali della città nuova; prima di arrivare alla Porta di Jaffa, da cui la via stessa ha preso il nome, attraversiamo il Mamilla, una sorta di nuovissimo centro commerciale all’aperto dove si susseguono negozi e punti di ristoro alla moda, circondato da giardini, bellissime case, alberghi lussuosi. Inaugurato recentemente, è costruito su un’area considerata centro del commercio tra Ebrei e Arabi già all’inizio del XIX secolo e rimasta abbandonata dal 1948 fino alla fine della Guerra dei sei giorni dal momento che qui passava il confine tra la porzione israeliana e quella giordana della città.
Una volta arrivati alla Porta di Jaffa o Bab al-Khalil, in arabo porta dell’amico (accanto ad ognuna delle otto porte una targa menziona il nome in ebraico, quello in arabo e in inglese; così come succede per ogni via della città), decidiamo di costeggiare le mura volute da Solimano il Magnifico intorno alla metà del 1500 e di entrare dalla Porta di Damasco. Questo è considerato uno dei varchi più belli ed è effettivamente affascinante, imponente e affollato. Superata la porta ci troviamo immersi in uno shuk (mercato) brulicante di gente affaccendata nella spesa quotidiana, in un vociare chiassoso, in un odore di spezie e di cibo persistenti, che si dipana lungo due vie principali e una miriade di cunicoli: siamo nella parte araba. Infatti, così come Gerusalemme è divisa in Gerusalemme Ovest (o Nuova o Centro) la parte prettamente ebraica, Gerusalemme Est, la parte musulmana, e Gerusalemme Vecchia, quest’ultima a sua volta è suddivisa in quattro quartieri: musulmano, cristiano, armeno ed ebraico.
Procediamo con il naso per aria cercando di evitare i carretti carichi fino all’inverosimile di merci spinti da poco più che bambini giù per le stradine in discesa e frenati nella loro corsa solo da un copertone che strisciando per terra fa attrito e le donne anziane sedute a terra nei rientri delle viuzze a vendere frutta ed erbe. Seduti accanto porte dei loro negozi, i proprietari ci invitano ad entrare, sciorinando saluti nelle più importanti lingue europee; dagli ingressi di improbabili bar ci offrono profumatissime spremute di frutta e te con foglie di menta.
È difficile distinguere le indicazioni attaccate alle antichissime volte tra le tante insegne colorate e confusionarie che riportano i nomi dei negozi, dei venditori o delle loro merci. Perdersi è un attimo. Seguiamo la strada finché sono proprio le merci esposte nelle vetrine e nei cesti esterni ai negozietti ad indicarci che in realtà abbiamo cambiato quartiere: le spezie, gli abiti finemente lavorati e i prodotti in cuoio hanno lasciato il posto a rami d’ulivo, icone e oggetti sacri: siamo entrati nella parte cristiana. Ci sediamo sui gradini del piccolo cortile da cui si accede alla Basilica del Santo Sepolcro, qui Uri ci spiega velocemente com’è strutturato uno dei luoghi più importanti per almeno venti confessioni cristiane: all’interno di quella che esteriormente si presenta come una chiesa di modesta bellezza sono racchiusi il luogo identificato come Golgota, dove Gesù fu crocifisso, la pietra dell’unzione, dove fu posto in attesa della sepoltura e la pietra tombale dove infine fu sepolto. La basilica, continua Uri, fu fatta costruire circa 320 anni dopo la morte di Cristo da Elena, madre dell’imperatore Costantino, su quella che era una collina in un’area non ancora compresa nel perimetro della città. Nel corso dei secoli la struttura è stata oggetto di numerose distruzioni e ricostruzioni e oggi appare, più o meno, come la ristrutturarono i Crociati nel 50° anniversario della presa della città (1149). La prima cosa che intravvediamo in mezzo alle gambe della gente che ci precede all’ingresso, non appena gli occhi si abituano all’oscurità, è la pietra dell’unzione. Alcune donne, inginocchiate, ne baciano la superficie resa liscia dal tocco di milioni di visitatori. Saliamo i gradini consunti che portano al Golgota, una fila ordinata aspetta di poter toccare il luogo in cui fu conficcata la croce. Riscendiamo per andare a vedere, almeno esternamente, l’edicola costruita attorno alla tomba: se volessimo entrare dovremmo stare qui in fila fino a notte, quando la famiglia musulmana che tiene le chiavi della Basilica verrà a chiudere le porte. Usciamo, con la voglia di tornare in questo luogo in un altro momento, magari di mattina molto presto quando il flusso dei fedeli, ma soprattutto quello dei curiosi, è meno intenso. Percorriamo al contrario alcune stazioni della Via Dolorosa, all’altezza della V Uri ha una sorpresa per noi: siamo nuovamente nella parte musulmana e di fronte a noi si apre il miglior “buco da ceci” della città, non possiamo dire di no ad un pasto a base di humus (purea di ceci e sesamo).
fpunto@hotmail.it
(Continua)

martedì 21 luglio 2009

gerusalemme ventosa



Non siamo gli unici a dover affrontare piccoli problemi quotidiani!

nel frigo israeliano...

Continua il viaggio all'interno del nostro frigo: oggi vi presentiamo il latte, o meglio il "gavettone di latte", originale, economico, maneggevole!


lunedì 20 luglio 2009

cosce di pollo alla birra



Alta cucina in casa Panstracci!

Questa settimana abbiamo preso coraggio e ci siamo avventurati dal macellaio, ne siamo usciti con una vaschetta di cosce di pollo: è l'unica cosa che siamo stati in grado di riconoscere e che ci sembrava commestibile. L'unico problema sono le dosi: la più piccola ne contiene circa 15, abbiamo però già pensato almeno tre modi diversi per cucinarle! Come potete vederedalle foto,oggi pollo alla birra...

giovedì 16 luglio 2009

Voce Romagna 16 luglio 09

I sogni non passano in eredità













Il kibbutz è uno dei simboli di Israele, come la stella di Davide della sua bandiera o la menorah, il candelabro a sette bracci raffigurato nello stemma dello Stato affiancato da due ramoscelli d’ulivo. Non appena il lavoro ce lo permette, ci mettiamo in viaggio per la nostra prima trasferta e accettiamo l’invito di Israel di andare a trovarlo a Ruhama, curiosi di conoscere la realtà di un kibbutz.
Ruhama si trova dove comincia il deserto del Negev, non lontano da Sderot, a poco meno di un minuto dai missili kassam (Gaza è a circa 25 km in linea d’aria).
Israel ci aspetta alla fermata del 446, ci stringe forte la mano e ci dà il benvenuto. Indossa abiti chiari, cappello e sandali, ha la pelle abbronzata dal sole, sembra un ragazzino anche se è nato nel ’27. Saliamo in macchina, cominciano i racconti: la strada che stiamo percorrendo, dice, dieci anni fa non esisteva e per arrivare a Ruhama bisognava fare un ampio giro. Noi invece, dopo appena una decina di km, arriviamo all’entrata del kibbutz, basta avvicinare il cellulare a un sensore e il cancello si apre.
Mentre sbrighiamo le pratiche burocratiche, Israel ne approfitta per riconsegnare la macchina, poiché, ci spiega, non appartiene a lui, ma al kibbutz. Pochi minuti dopo, nel salotto del suo alloggio, ci racconta la storia di questa collettività basata su poche regole condivise: l’uguaglianza dei suoi membri e il lavoro, soprattutto agricolo.
Il primo insediamento a Ruhama è datato 1911, quando un gruppo di Ebrei russi compra dai Beduini 500 ettari di terra sabbiosa e scava un pozzo alla ricerca dell’acqua, ma la fondazione del kibbutz risale al 1944 da parte di Ebrei polacchi e rumeni.
I primi italiani, tra cui Israel e sua moglie, arrivano nel ’49, dopo la nascita dello Stato. Sono tutti giovani tra i 21 e i 25 anni, provengono da famiglie medio-borghesi dell’Italia centro-settentrionale, ma hanno deciso di abbandonare gli studi di medicina, piuttosto che di giurisprudenza, per venire a fare i contadini in Israele. Altri li seguiranno nel 1950 e ’51. Sono spinti dalla delusione provocata in loro dalla pur tanto amata Italia che con la proclamazione delle leggi antiebraiche ha infranto il patto risorgimentale con la parte mosaica dei suoi cittadini e dal tradimento della società borghese in cui sono nati e sono stati educati e dalla volontà di creare una società nuova di tipo socialista in cui essere uguali agli altri. Prima di partire hanno frequentato un anno di preparazione in una hachsharah (scuola di formazione per la gioventù ebraica) vicino a Pisa, dove, per la prima volta, hanno sperimentato la vita in comune, dove i fattori del luogo hanno cercato di insegnargli a zappare la terra e ad allevare pulcini e i madrihim (istruttori) venuti da Israele li hanno aiutati a familiarizzare con l’ebraico e con qualche nozione di storia e geografia della Palestina. I genitori hanno faticato a capire la decisione dei loro figli, anche se non hanno cercato di ostacolarli.
A Ruhama, anche i giovani italiani, uomini e donne, coltivano il grano, i girasoli e le patate, accudiscono le pecore e si prendono cura dell’aranceto. Le loro case sono poco più che baracche di legno senza servizi, i pasti sono consumati in comune in una grande sala al centro del kibbutz che il sabato sera serve a riunire i haverim (compagni) intenti a prendere le decisioni che riguardano la collettività sotto la bandiera rossa con martello, spada e spiga di grano. Il kibbutz è responsabile della comunità che lo forma, si occupa della sua istruzione fino all’università (per un numero limitato di membri è compresa l’istruzione anche a livello universitario), della sua salute, così come dei suoi svaghi, vacanze comprese. I bambini abitano tutti assieme in apposite casine, divisi per fasce d’età e ritornano dai genitori quattro ore nel pomeriggio, quando questi hanno finito di lavorare e prima di cena.
Proprio dalla casa dei bambini, ci spiega Israel, alla fine degli anni ’70, l’organizzazione del kibbutz ha cominciato ad essere rivoluzionata ed il modello originale a cambiare in risposta alle esigenze delle nuove generazioni che, se pur affascinati da questo stile di vita, non sono pronte a farne proprie tutte le implicazioni. Oggi a Ruhama vivono circa 180 membri della comunità, mentre un centinaio di famiglie, di cui molte costituite da figli di haverim, vivono in case in affitto all’interno del kibbutz senza esserne membri, comprando i servizi di cui hanno bisogno e che invece spettano di diritto ai kibbutznikim (membri del kibbutz). Ora i bambini, così come in tutti i kibbutzim israeliani a partire dai primi anni Novanta in concomitanza con la prima guerra del Golfo, abitano con le loro famiglie e frequentano scuole esterne al kibbutz, mentre gli asili interni offrono un servizio a pagamento. Le case sono tutte in muratura, dotate di ogni confort, dal telefono alla televisione. La grande sala da pranzo è chiusa ed è cambiata la tipologia dei servizi comunitari: se una volta era il telefono della segreteria oggi è la piscina!
Forse è vero che i sogni non passano in eredità…
fpunto@hotmail.it

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come ormai sapete tutti la casa, affittata tramite internet qualche settimana prima di partire, grazie a dio non solo esiste, ma è anche molto confortevole! come potete vedere dalle mie splendide (!) foto, non solo esiste la casa, ma in israele esiste almeno un'ikea.

tutto questo per ribadire un solo concetto: il posto c'è, potete venirci a trovare quando volete!

martedì 14 luglio 2009

nel frigo israeliano...



quella del supermercato è sempre un'esperienza interessante... non avendo trovato nessuno che fotografi le nostre facce interrogative sul posto, vi presentiamo alcuni dei nostri migliori risultati: ecco a voi l'acqua!

venerdì 10 luglio 2009

Voce Romagna 9 luglio 09

Riconoscere gli ortodossi dai bottoni














I nesher, o taxi collettivi, non sono solo il modo migliore e più economico per raggiungere Gerusalemme, Tel Aviv o Haifa dall’aeroporto di Tel Aviv, ma, per chi non ha fretta e con un po’ di fortuna, sono anche un ottimo mezzo per orientarsi fra i vari sobborghi e quartieri delle città e cominciare a familiarizzare con le persone che li abitano.
Mercoledì, al nostro arrivo in Israele, siamo stati fortunati: ad aspettare i passeggeri davanti all’ingresso del “Ben Gurion Airport” c’erano numerosi nesher e nel giro di pochi minuti personaggi diversi si sono uniti a noi e hanno contribuito a completarne uno con destinazione Gerusalemme.
Il tempo di fare un rapido appello delle destinazioni e si parte, ci separano da Gerusalemme circa 50 km.
Una signora, seduta di fianco a noi, ci ricorda che le cinture di sicurezza sono obbligatorie. Deve averci sentito parlare e si rivolge a noi in un italiano stentato: è svizzera, ma trascorre in Israele almeno sei mesi l’anno perché qui abitano i suoi figli e i suoi nipoti. Come spesso si fa tra sconosciuti, prima di rituffarsi nella lettura del suo libro, commenta il vento caldo che da due giorni, dice, ha fatto alzare le temperature. Chamsin (vento che soffia dal deserto) è la prima parola in ebraico che ci insegnano.
Entriamo a Gerusalemme da Nord Ovest, percorrendo i viali che portano i nomi dei padri fondatori di questo paese. Ci accolgono agglomerati di case di pietra chiara, con i tetti carichi di cisterne per l’acqua e parabole. Lasciamo alla nostra destra i cavi di acciaio del ponte di Calatrava, evitando di entrare in città dalla sua nuovissima porta e proseguiamo verso la nostra destinazione. La prima a scendere dal taxi è proprio la signora svizzera. Il suo è un quartiere residenziale, è l’ora della chiusura delle scuole e le strade sono piene di scolari: gonne lunghe e camicie per le ragazze; pantaloni neri, talled e kipah per i ragazzi: le scuole in realtà sono finite il 30 giugno, ma quelle religiose continuano e si fermeranno solo per due settimane più avanti.
Un veloce riepilogo delle prossime tappe e si riparte.
Basta svoltare qualche angolo e il paesaggio cambia: le case si fanno più tozze e fitte e al piano terra compaiono piccole botteghe e spacci. Sui muri degli edifici all’inizio di ogni via, grandi cartelli e striscioni in ebraico e inglese, invitano i visitatori, in particolare le donne, ad adottare un abbigliamento modesto e decoroso e a mantenere un comportamento consono. Uomini e donne camminano veloci sui marciapiedi. Le donne hanno gonne che spazzano le strade, quelle sposate nascondono i capelli sotto parrucche o dentro foulard e sono attorniate da un nugolo di bambini. Gli uomini indossano pantaloni neri, camicie bianche, capelli e cappotti neri. Praticamente tutti portano la barba lunga e buffi peyot (lunghi riccioli al lato del volto). Apparentemente sembrano tutti uguali, ma il loro vestire nasconde un codice di riconoscimento che si basa su minuscole differenze: la tesa del copricapo, il numero dei bottoni della giacca o la “coda” del cappotto ne identificano la sfumatura religiosa. Il cappotto gessato bianco e nero, ad esempio, denota l’appartenenza alla corrente più estrema dell’ebraismo religioso: sono gli Ebrei che non riconoscono lo Stato d’Israele e che considerano il Sionismo un insulto alla volontà di Dio, poiché il ritorno alla Terra dei Padri è stato portato a conclusione per volontà degli uomini anziché divina. Ci guardiamo attorno affascinati e un po’ increduli: non serve che i nostri compagni di viaggio ci dicano che siamo a Mea She’arim, il quartiere ultra ortodosso. Qui il mondo si è fermato al XIX secolo, ci sembra di essere stati catapultati in uno shtetl russo, o forse in uno stereotipo contemporaneo. Non fa in tempo a richiudersi la portiera alle spalle di un uomo che ha chiesto di essere lasciato davanti ad una sinagoga del quartiere, che dal fondo del taxi arriva un commento sprezzante: “They are all penguins!”.
Siamo rimasti in sei, riprendiamo il cammino. I nomi delle strade cambiano dopo un paio di curve e assumono suoni arabeggianti. Siamo entrati a Gerusalemme Est. Il nostro tassista si sporge dal finestrino per chiedere informazioni su dove sia l’Hotel Legacy, evidentemente non conosce bene la zona. Giriamo in tondo per un po’ inseguendo un minibus bianco e azzurro che ha preso il posto degli autobus di linea israeliani di colore verde (sic!). Finalmente infiliamo Nablus Road e un altro passeggero scende. La stessa voce dall’ultima fila ci fa notare che i lati delle strade sono piene di immondizia: “Le case devono essere pulite, ma chi pensa alle parti comuni?”
Davanti a noi si profilano le mura di Gerusalemme vecchia, si avvicina il nostro turno: noi scendiamo a Jaffa gate. Il tassista borbotta qualcosa sul traffico e gentilmente un ragazzo alle nostre spalle ci traduce in romanesco le sue perplessità: no, non è un problema se ci lascia dall’altra parte della strada. Scendiamo non senza prima aver intercettato una domanda proveniente dal fondo del taxi: “Ma voi come ci siete finiti in un hotel della Città vecchia? State tranquilli: Israele non è tutta così!”.
fpunto@hotmail.it

p.s.
Chicco, perdonaci!

lunedì 6 luglio 2009

shalom

Primo giorno di lezione qui a Gerusalemme...
Classe melting pot (questa mattina ero seduta tra un giapponese e un americano di origine russa) e facce allibite dopo tre ore filate di lezione solo in ebraico, ma molto entusiasmo!
Pomeriggio di compiti come non mi succedeva da tempo.
Alla mia personalissima classe di ebraico invio, come prima parola, il saluto e l'augurio che risuona più spesso alle nostre orecchie da quando siamo qua!

giovedì 2 luglio 2009

Vero arrivo

Arrivati, in questo paese in basso a sinistra, subito sotto il Libano.
Tel Aviv si stende sulla costa, come un paese adriatico, dall'aereo i palazzi metallici sembrano le conchiglie spezzettate del nostro litorale.
vivo il primo incontro con Israele in una sorta di dormiveglia. la strada da Tel Aviv a Gerusalemme ha i colori bruciati e giallognoli delle foto anni ‘70, le scritte in ebraico, che rendono ancor più alieno il paesaggio, sono mitigate, di tanto in tanto, da essenziali traduzioni inglesi: stop! danger! border line. l'autostrada incide una ferita grigia nel mezzo di un corpo brullo. Francesca mi assicura che il nord è più rigoglioso. intanto il chamsin, il vento del/dal deserto, ci ruba il fiato di bocca.

Gerusalemme: ti accorgi che ci sei arrivato perché aumentano in maniera esponenziale gli ebrei religiosi, martiri dell'afa, ma vestiti di tutto punto con cappotto, cappello e barba, i trentasette gradi all'ombra non paiono scalfire la loro teologia, cresciuta qua, ma nata al freddo delle steppe russe.
la prima visione che ci offre è una distesa di palazzi rettangolari di pietra chiara, che si portano sulla schiena decine di cisterne d'acqua e parabole.

La città vecchia, chiusa dalle sue mura, ha il fascino vetusto delle ex colonie inglesi, misto alla decadente consapevolezza di un pace che, per chi ci abita, sembra una barzelletta vecchia che probabilmente non fa neanche più ridere.
Un gomitolo di vie si dipana attraverso mercati, chiese, moschee e, mentre il muezzino canta il suo vespro, più sotto una suora chiede indicazioni per la via dolorosa.

Falsa partenza




Si sono fregati il rame dai binari.