mercoledì 26 agosto 2009

Oggetto misterioso



Ecco a voi un altro frutto strano direttamente dai banchi di Machaneh Yehuda... qualcuno sa dire che cos'è? Stefano, come per il gombo, la nostra speranza è riposta in te!

domenica 23 agosto 2009

nir david



Incredibile, ma vero: anche in Israele esistono dei corsi d'acqua... e attorno a questa sorgente di acqua termale che sgorga a 28° è stato creato un bellissimo kibbutz, Nir David

sabato 22 agosto 2009

voce di romagna 20 agosto 2009


Sarà per l’indole bonaria e comprensiva che si suole attribuire ai suoi abitanti, o per capacità di mantenersi in equilibrio tra umanitarismo e opportunismo, o semplicemente la sua posizione geografica, un trampolino che dal cuore dell’Europa si protende nel bacino del Mediterraneo o viceversa, ma l’Italia è da sempre considerata terra di passaggio e approdo, di transito e accoglienza.
Lo è oggi per le migliaia di disperati che sbarcano sulle sue spiagge provenienti dalle coste africane: sfidano il mare su mezzi di fortuna sovraccarichi e malandati in cerca di una possibilità per rifarsi una vita, in Italia o, attraversata questa, in Europa.
Lo era sessanta e più anni fa, quando, al termine della Seconda guerra mondiale, centinaia di Ebrei cominciarono a riversarsi all’interno dei nostri confini. La maggior parte di questi era sopravvissuta alle persecuzioni, ai rastrellamenti, ai campi di concentramento e di sterminio nazisti; deportati dalla Polonia piuttosto che dai paesi dell’ex Unione Sovietica, durante la Shoah avevano perso la famiglia, gli affetti e tutti i propri averi. A molti la sola idea di tornare nel proprio paese d’origine, un paese che li aveva traditi, che nonostante tutto continuava a non volerli perché ebrei e in cui non avevano né una casa da abitare, né una persona a cui ricongiungersi, pareva assurda. Rinchiusi dagli Angloamericani in campi per Displaced Persons in Germania e in Austria, questi uomini, queste donne, questi bambini guardavano alla Palestina come alla terra della rinascita e all’Italia come ponte per raggiungerla. È Yoel che ci racconta questa storia di disperazione e speranza. Classe 1922, un numero di matricola tatuato sul braccio sinistro a ricordare in maniera indelebile l’esperienza della deportazione, ci aspetta a piedi nudi sulla soglia della sua abitazione, ci stringe la mano con forza e comincia a parlare prima ancora di raggiungere il salotto. Al suo ritorno in Italia, dopo un intero anno passato nel campo di sterminio di Auschwitz, dice, il suo unico desiderio è ricominciare da capo e aiutare altri a farlo. La scelta della Palestina come luogo per ricominciare non viene da sé, ma pian piano, grazie agli insegnamenti, alle spiegazioni e all’entusiasmo dei soldati palestinesi (Ebrei residenti in Palestina) che, arrivati in Italia a seguito dell’esercito inglese, aiutano le Comunità Ebraiche a ricostituirsi. Lo Stato d’Israele infatti, all’inizio del 1946, ancora non esiste, la Palestina è un protettorato britannico e il numero degli ingressi nel paese è rigidamente contingentato. In breve tempo viene impiantata in Italia, con la connivenza del governo italiano che molto spesso fa solo finta di non vedere quello che sta succedendo nel paese, un’organizzazione segreta, il Mossad le aliyah bet, con lo scopo di aiutare gli Ebrei ad immigrare illegalmente in Palestina.
Sono anni di lavoro frenetico ci spiega Yoel. Quelle che arrivano in Italia sono persone che hanno solo quel poco che hanno addosso: vanno smistate, sfamate e alloggiate in attesa di essere imbarcate. Centro nevralgico delle attività dell’aliyah bet è la sede provvisoria della Comunità Ebraica di Milano, al 5 di via dell’Unione. Qui i profughi, tra la diffidenza dei Milanesi che non sanno con precisione cosa succeda all’interno di palazzo Odescalchi, vengono registrati e trovano un primo posto per dormire: nelle grandi sale, nei corridoi, sulle scale.
All’interno dall’Agenzia ebraica per l’immigrazione clandestina, il compito di Yoel è quello di trovare le navi adatte a trasportare un alto numero di persone dall’Italia fino in Palestina e qualcuno a cui intestarle. Lui stesso, appena ventiquattrenne, diventa armatore di una nave per la quale a distanza di anni lo Stato italiano gli chiederà di pagare migliaia e migliaia di lire di tasse!
Una volta acquistate, le navi vengono portate a Porto Venere, piuttosto che a Bocca di Magra, dove Italiani ed Ebrei palestinesi lavorano insieme, in fretta e in gran segreto per modificarne le stive e ricavarne quante più file di cuccette possibili. Nascosti e stipati, allora come oggi, nei ventri di questi mezzi di fortuna centinaia di uomini intraprendono il viaggio attraverso il Mediterraneo e tentano di raggiungere il porto di Haifa.
Gli Inglesi intercettano e rimorchiano molte imbarcazioni sulla rotta palestinese. I passeggeri vengono rinchiusi per mesi in appositi campi a Cipro, in attesa di rientrare nelle quote di immigrazione.
Tra la fine della guerra e la fondazione dello Stato d’Israele, conclude Yoel, 33 navi, non meno di 23.000 persone, salpano da diversi punti dalle coste italiane verso la Terra Promessa.
fpunto@hotmail.it

giovedì 20 agosto 2009

sabato 15 agosto 2009

colazione di shabbat





Lo shabbat a Gerusalemme può essere vissuto come una forzatura oppure può essere assaporato e goduto... come facciamo noi! Nessuno che corre, nessuno che grida e la città tutta per noi! W lo shabbat... a partire dalla colazione!!!












venerdì 14 agosto 2009

Voce di Romagna 13 agosto 2009


Quando si parla di eventi e di divertimento la prima città israeliana che viene in mente è sicuramente Tel Aviv, la città che non si ferma mai. In realtà Gerusalemme è una città culturalmente molto viva e piena di cose da fare, forse semplicemente, è meno urlata e più riservata.
Solo un mese fa i suoi abitanti e i numerosi turisti, sono stati invitati a prendere parte al “Jerusalem Film Festival”, la rassegna cinematografica più importante del Medio Oriente. Dal 1984, per i 10 giorni della durata del Festival, è possibile vedere tra i 150 e i 200 film divisi in diverse sezioni: “Panorama”, in cui viene proposto il meglio del cinema internazionale; “Documentary Films”, sezione dedicata ai documentari; “The Jewish Experience”, riservata alla rappresentazione dell’identità e della storia ebraica; “In the Spirit of Freedom” a cui partecipano film concernenti le problematiche della libertà e dei diritti umani; ci sono poi le sezioni “Television Dramas”, “New Directors” e naturalmente “Israeli Film”, un’intera parte dedicata al cinema israeliano.
Quest’anno il Festival ha dedicato, all’interno della sezione “Panorama”, un tributo ad Anna Magnani intitolato “Ciao Anna”, riproponendo due pellicole in lingua originale: L’onorevole Angelina e Roma città aperta e allestendo una mostra fotografica sull’attrice. Il successo dell’iniziativa è stato tale che la Cinematheque e tutte le altre sedi delle proiezioni, hanno registrato il tutto esaurito anche durante le sere di Shabbat.
Ad agosto poi le possibilità di scelta si moltiplicano.
L’Israel Museum, in questi primi giorni del mese, ha celebrato i vini locali proponendo tre serate di assaggi e degustazioni accompagnati da musica jazz. La produzione e la vendita di vino, sia rosso che bianco, è infatti un settore in espansione in Israele e le iniziative che prevedono la possibilità di conoscere e apprezzare le varietà di vini israeliani sono numerose.
Alla Sultan’s pool, subito fuori dalla Città Vecchia, invece, si ha la possibilità di passeggiare tra i coloratissimi padiglioni della Fiera Internazionale dell’Arte e dell’Artigianato, dove accanto ad installazioni e manufatti di artisti locali e no, si possono assaggiare invitanti cibi tradizionali. Nonostante l’entrata sia a pagamento, famiglie intere si riversano ogni sera tra i padiglioni del Khutsot Hayotser per mangiare, fare acquisti o semplicemente assistere alle performance degli artisti.
Questa settimana, inoltre, nelle aule della Hebrew University si è tenuto il 15° Congresso Mondiale di Studi Ebraici. Finite le sessioni ufficiali, i dibattiti sono continuati attorno ai tavoli di affollati caffè davanti a bicchieri di limonata con la menta e birra. Deve essere proprio grazie alla birra o all’eco di una conferenza del convegno, se l’altra sera abbiamo potuto seguire una vera e propria lezione di sionismo sui gradini di un bel locale del centro che da Herzel, fondatore del sionismo politico, ha preso il nome.
Se questi sono alcuni esempi degli appuntamenti organizzati dalla Municipalità o da musei e affini, numerosi e affascinanti sono gli eventi spontanei che ogni giorno colorano le strade di questa città. Ben Yeuda, la via pedonale che corre perpendicolare a Jaffa Street, è, per eccellenza, il luogo in cui ognuno può ritagliarsi uno spazio e mettere in mostra la propria arte. Così, accanto a un acrobata, che sfida le leggi della fisica rimanendo in equilibrio su un lampione con gli occhi bendati, non è impossibile trovare una signora di una certa età che suona l’arpa seduta nel centro della strada con una gabbietta con dentro un gatto appoggiata a fianco. Poco più avanti un gruppo di giapponesi allestisce un coro in piena regola, con tanto di chitarristi e leggii. Basta un attimo perché qualcuno cominci a tenere il ritmo con le mani e qualcun altro si tolga le scarpe e dia inizio alle danze. È strano ritrovarsi a pensare che in un paese dove per entrare in un locale o in stazione bisogna passare attraverso un metal detector, gli spettatori di uno spettacolo improvvisato si preoccupino di raccogliere minuscoli pezzetti di vetro da terra perché i ballerini scalzi non si feriscano i piedi…
Prima di arrivare a Zion Square, davanti ad un banchetto che vende croccante appena fatto, un contrabbasso, un violino e un clarinetto danno vita ad un’allegra melodia klezmer. Anche loro sono scalzi, anche loro fanno ballare i passanti: un banale mercoledì sera si trasforma in una festa contagiosa.
fpunto@hotmail.it

martedì 4 agosto 2009